Nell’anno di assenza della GMG o del Giubileo, il seminario di Genova ha vissuto una settimana insieme di riposo e pellegrinaggio in Sardegna. Come ci disse Mons. Delpini, Arcivescovo di Milano al Giubileo dei seminaristi, non esiste vacanza per il seminarista, esiste solo il seminario in tempo estivo. Il senso di una settimana insieme da parte dei seminaristi sta proprio in questo: stare insieme, conoscersi, crescere nella vita fraterna con una meta e un senso, pur nello spirito lieve dell’estate.
Perchè la Sardegna? Intanto perchè c’è una bella amicizia con il rettore del Pontificio Seminario Sardo di Cagliari, Don Riccardo Pinna, che ci ha accolti con la solita gentilezza sarda, permettendoci di incontrare e chiaccherare coi seminaristi, ancora in attesa di esami. Che c’è di meglio che mangiare assieme e chiaccherare con altri seminaristi? Uno scambio, una conoscenza, un allargare le prospettive. E poi Cagliari bellissima, con le sue antiche chiese e santuari che abbiamo visitato in due giorni. E ancora un incontro inatteso quanto provvidenziale col Segretario della CEI, Mons. Giuseppe Baturi, arcivescovo di Cagliari, sul tema della Teologia del Mediterraneo: un termine lanciato da Papa Francesco e ripreso in alcuni convegni a Bari, Firenze, Marsiglia e recentemente a Barcellona, a cui ha partecipato anche il nostro vescovo Marco Tasca. Un’idea che spinge a vedere il nostro mare come luogo di incontro con Dio.
Del resto è in questo mare che nascono le tre principali religioni monoteiste, che si affacciano tre continenti e che da millenni le culture si incontrano, scontrano, sfidano, contaminano. Noi genovesi ne siamo tra i grandi protagonisti e l’idea è stata quella di fornire spunti ai seminaristi per incarnare sempre più gli studi teologici nella storia e nell’attualità. Mons. Baturi ci ha dedicato un’ora e mezza dopo l’Eucarestia mattutina per raccontarci come il Mediterraneo possa divenire luogo di incontro e scambio di tanti popoli e culture, dall’Europa ai Balcani, dall’Africa al Mar nero, dall’Anatolia al Medio Oriente, dalla pensiola Iberica alla Grecia. E, nel mezzo, la nostra penisola naturalmente, ad affacciarsi su tutti o quasi.
Prima di Cagliari, abbiamo trascorso quanche giorno a Carloforte, dove si respira Genova (si vabbe ho capito… Pegli) a pieni polmoni. Il parroco Don Andrea Zucca ci ha accolti con una ospitalità davvero enorme. La casa diocesana che ci attendeva aveva subìto il giorno prima dei danni tecnici ed era impraticabile; così ci ha aperto la sua casa, la canonica della Chiesa principale di San Carlo. Arrivati proprio il giorno della festa, dopo un rapido giro nella cittadina, abbiamo partecipato alla festa patronale di San Pietro, occasione fantastica di tradizione con processione in mare, partecipazione dei cristezzanti di Mele e vicinanze e un concorso di folla imponente “come una volta”. Ai seminaristi è piaciuta la festa, con la presenza del vescovo di Iglesias Mons. Mario Farci, e il modo di fare di un parroco giovane amato dalla gente, vero punto di riferimento della gente Carolina.
Credo che i lettori del Cittadino sappiano bene la storia di Carloforte, dei «tabarchini» genovesi di Pegli che la famiglia gentilizia genovese dei Lomellini portarono a lavorare all’isola di Tabarca davanti alle coste tunisine nel 1500, le peripezie e la storia che ne seguì, il trasferimento all’Isola sarda di San Pietro nel 1700, i molteplici rapimenti di massa che subirono con i relativi riscatti. Da due secoli questi “genovesi in mezzo al Mediterraneo” mantengono vive le tradizioni e il dialetto, testimoni di autonomia culturale e integrazione reale. Abbiamo visitato l’Isola Piana, ex tonnara, “l’isola dell’isola” e abbiamo conosciuto la splendida storia della Madonna dello Schiavo, che liberò i tabarchini, finiti schiavi sulle coste del Nordafrica. Quella immagine ancora oggi viene venerata ed è simbolo dei tabarchini ma anche dei tanti che, migrando, ancora sono trattati da schiavi. Una tradizione quella «Carolina» (ovvero Carlofortina) da studiare, una lezione di storia per aprire gli occhi su tanti pregiudizi che abbiamo nei confronti dei popoli. Anche noi genovesi fummo schiavi e liberati.
Abbiamo salutato la Sardegna visitando un Nuraghe, lasciando tante meraviglie ancora alle nostre spalle e portando con noi tradizione, storia, cultura, fede. Ora ci attende un’estate di servizio, con alcune occasioni di ritorno in famiglia e un po’ di riposo personale.