
“Prof., che senso ha vivere se, tanto, poi muori?”. Questo è solo uno degli interrogativi-bomba (bellissimi) che piovono sul docente di Religione durante le lezioni. Ed è davvero opportuno che la materia si chiami IRC, perché occuparsi di questa materia è, almeno nella prima fase del percorso didattico, proprio un insegnare ai ragazzi ad accorgersi di quanto il senso religioso sia realmente connaturale a loro, a noi, a tutti.
Lo so, “l’IRC non è catechesi”, ma chi ha detto che la maieutica che aiuta i ragazzi a leggere la propria religiosità innata sia catechesi? Non è forse, invece, una scelta profondamente culturale che favorisce nei ragazzi l’aprirsi con interesse all’apprendimento del programma che le indicazioni nazionali prevedono? E gli interrogativi-bomba, come quello (circa la vita, il senso e la morte) riportato all’inizio di questo articolo, non nascono forse dalle profondità del cuore umano? Certamente. E allora cosa c’è di più culturale dell’analisi delle aspirazioni-chiave della natura umana?
L’insegnante di Religione (IdR) ha davanti a sé una sfida straordinaria: aiutare i ragazzi a comprendere, anzitutto, che dell’ordinario della loro vita fa parte una dimensione straordinaria, che imbeve l’ordinario di assoluta, appunto, straordinarietà: la naturale apertura all’infinito, la sete di senso, l’essere creature anche spirituali. Senza l’esplorazione iniziale di questa dimensione, il programma (biblico, antropologico, teologico, etico…) di IRC risulterà ai ragazzi un noioso insieme di tradizioni, “roba di parte”, oppure qualcosa che “si poteva sintetizzare in un angoletto del programma di Lettere”.
Alcuni colleghi di altre materie vivono con fastidio il definire quella dei docenti una “missione”, eppure io trovo lo sia davvero. L’IdR, in particolare, vive, infatti, un altissimo servizio (quindi una missione) nei confronti dei ragazzi, poiché li accompagna nella conoscenza del significato del vivere, li informa in merito ai fondamenti di tale significato e agli aspetti storico-culturali del cammino religioso dell’uomo ma, soprattutto, esplora con loro la connessione altissima e vitale (e culturale!) tra natura umana e religiosità.
Entrare in una nuova classe per svolgere l’IRC è, per me, un po’ come iniziare a insegnare una… lingua che i ragazzi conoscono già, ma di cui non sono ancora consapevoli. Penso che questa lingua comune sia una delle scintille che ravvivano il fuoco che anima il cuore di un (vero e appassionato) IdR.
E’ una professione, la docenza IRC, certo, ma penso che i colleghi (quelli veri e appassionati, non tutti) saranno d’accordo con me quando affermo che non si può fare solo per lavoro. Quando lo si fa solo per lavoro, i ragazzi se ne accorgono, e la lingua comune della Pentecoste diventa una babele.
Paolo Pero, IdR