Tra paura e speranza: il senso umano e cristiano del fine vita. Sabato 14 marzo il Convegno “La paura e la speranza”

“La paura e la speranza” è il titolo scelto per il convegno organizzato al Quadrivium per metà marzo dal Movimento per la vita, e mi pare ponga bene l’accento al cuore della questione del “fine vita”, espressione ormai comunemente usata per descrivere il mistero della morte. Nel suo discorso al corpo diplomatico il nove di gennaio Il Santo Padre Leone XIV poneva l’accento sull’ambiguità ed equivocità del linguaggio oggi, quale ostacolo al vero dialogo nel mondo… Pare infatti l’ennesimo tentativo di non guardare in faccia la realtà per quello che è e generare così inquietudine e paura dinanzi a un mistero, la morte appunto, che dovrebbe segnare il passaggio all’eternità beata ed essere così tempo di speranza e non di incognite e di dolore.

In questi venticinque anni di sacerdozio, preceduti da altri 25 anni di malattia, la parola speranza ha segnato profondamente la mia esistenza, accompagnando i nonni, una cara cugina e centinaia di parrocchiani alle soglie dell’eternità beata, consapevole che, oltre la malattia e la sofferenza, avevo dinanzi tutto una persona e una persona cara, sia per il legame di sangue che il vincolo della fede in Cristo. La paura dinanzi alla malattia alla sofferenza alla morte non solo è naturale ma pure giusta poiché ci fa sentire impotenti, limitati e a volte inadeguati… Ma non è questa l’ordinaria condizione di una creatura? Certo la medicina negli ultimi decenni ha compiuto passi da giganti, ha allungato la vita – ahimé non sempre però migliorando le condizioni del malato – ha permesso di guarire da malattie prima mortali, riso la chirurgia è sempre più precisa e meno invasiva… Potremmo andare avanti nell’elencare i successi della scienza per ore… Ma forse anche instillato nel sentire comune l’inganno che non si abbia più a morire o che si debba sempre guarire… Spesso è questa l’aria che si respira nelle corsie degli ospedali, in realtà sono sempre più sotto pressione e spesso in grandi difficoltà… A volte sembra quasi che non sia nemmeno permesso ammalarsi, perché si sarebbe di peso agli altri… Mentre i nostri ospedali si assiste quante volte al servizio amorevole ed eroico dei malati da parte del personale come dei familiari che li assistono…

Ma ripeto: se togliamo all’uomo l’orizzonte ultraterreno, se dimentichiamo che è un’anima incarnata e che questa anima è eterna è immortale regolamenta il corpo va disfacendosi, noi crediamo la verità dell’uomo, la sua verità più profonda è inneschiamo un corto circuito che porta a non riconoscere nemmeno più la dignità della persona nella sofferenza nel dolore. Di qui le domande tra l’accanimento terapeutico il giusto impegno e la salvaguardia della vita (che però ha comunque un termine) e della salute. Le domande che sorgono tra il giusto equilibrio delle curie palliative e l’indisponibilità della vita come bene che nessuno può sopprimere…

E ancora la domanda nel giusto equilibrio tra il diritto a morire dignitosamente, circondato dagli affetti, accompagnati all’eternità beata quando troppo spesso si muore soli negli ospedali o nelle strutture… Sabato 14 marzo ci saranno offerti ulteriori spunti di riflessione Grazie a diversi contributi di altro profilo scientifico culturale giuridico”, perché quanto è più ampio lo sguardo, tanto più e rispettato la ricerca della verità e la salvaguardia della dignità della persona umana.

Don Matteo Pescetto

Coordinatore Ufficio Sanità, Disabilità, Terza Età

 

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