In questo secondo intervento, in occasione dell’ottocentesimo anniversario della morte di san Francesco d’Assisi (1226–2026) e dello speciale Anno giubilare indetto da Papa Leone XIV, l’attenzione si concentra in modo particolare sul rapporto tra san Francesco, l’ambiente e l’ecologia. Dopo una prima riflessione sul mandato missionario, che nel Santo di Assisi si traduce nella generazione di autentiche relazioni di fraternità, lo sguardo si amplia per cogliere come tale visione si estenda all’intero creato, inteso non come semplice risorsa, ma come realtà da accogliere, custodire e rispettare.
Il Creato, una realtà da custodire
Non si tratta di attribuire retroattivamente a Francesco una coscienza ecologista in senso moderno, quanto piuttosto di indagare come la sua esperienza evangelica, la sua visione del creato e il suo linguaggio di fraternità cosmica offrano ancora oggi chiavi di lettura decisive per una riflessione sulla cura della casa comune.
Per Francesco ciò che conta è Dio, il silenzio e l’ascolto. L’ambiente diventa così il luogo privilegiato della prossimità, lo spazio in cui la presenza del Creatore si rende percepibile. I luoghi nei quali il Santo soggiornava – dove bosco, pietra nuda, essenzialità, povertà, umiltà, semplicità, armonia e bellezza si fondono in un’unità sorprendente – diventano espressione alta del francescanesimo. In essi si manifesta uno stile di vita che, nei secoli, ha continuato a offrire un esempio luminoso di pace, preghiera, silenzio, rispetto ecologico, custodia amorosa del creato.
È anche per questo che Francesco rimane, dopo tanti secoli, il Santo per eccellenza, modello di alter Christus. La sua figura invita ad accostare, con atteggiamento insieme umile e critico, due immagini diverse: da un lato quella limpida, consensuale e spesso pacificata, consegnataci dall’arte, dalla devozione popolare e dal bisogno diffuso di un santo rassicurante e mitizzato; dall’altro il Francesco della storia, uomo radicale e inquieto, attraversato da tensioni profonde, conflitti interiori e comunitari, da scelte che spiazzano e talvolta feriscono, portatore di una parola evangelica realmente rivoluzionaria per la Chiesa e per la società del suo tempo.
Anche il rapporto di Francesco con il creato va sottratto a letture anacronistiche. In lui non c’è traccia di un ecologismo moderno; tuttavia, la sua visione del mondo creato risulta sorprendentemente vicina alle sensibilità contemporanee.
Nel Cantico delle creature Francesco non parla della natura come di un oggetto da proteggere, ma come di una fraternità da riconoscere: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta e governa, e produce diversi fructi con coloriti flori et herba».
L’ecologia e la teologia
È bene ribadirlo: al Poverello l’ambiente non interessava per l’ecologia, ma per la teologia. Gli elementi naturali e gli animali stavano a cuore a Francesco perché gli parlavano di Qualcuno di più grande.
La natura era per lui un libro aperto che parlava di Dio, suo Creatore. Questo sguardo religioso è estraneo all’ecologismo moderno, che si occupa della natura come insieme di organismi viventi da proteggere o studiare, spesso senza un riferimento esplicito all’«Onnipotente e bon Signore». Nessuno più di san Francesco rimane, ancora oggi, emblema di un rapporto di amore, rispetto e armonia con il creato. Come scrive Tommaso da Celano, suo biografo ufficiale, egli contemplava in tutte le creature la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore, chiamandole fratelli e sorelle, fino a intuire in esse i segreti della libertà riservata ai figli di Dio: «Come descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna, le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di gaudio […]. Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto perché la Scrittura ha detto del Signore: lo sono verme e non uomo (Sal 21,6); perciò si preoccupava di toglierli dalla strada, perché non fossero schiacciati dai passanti. E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza! […]. Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare e amare Iddio, come esseri dotati di ragione. E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella, intuendone i segreti in modo mirabile e noto a nessun altro, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio (cf. Tommaso da Celano, XXIX: FF 458-461).
Camminare nella casa comune
Alla radice della crisi ecologica si trovano molti interrogativi decisivi sulla giustizia, sull’uguaglianza, sui diritti umani e sul rispetto del mondo naturale. In questo ambito, la voce di Francesco d’Assisi ha ancora molto da dire alla coscienza dell’uomo contemporaneo, e non sono pochi coloro che desiderano ascoltarla per imparare a camminare in modo più umano nella casa comune che chiamiamo pianeta Terra. Il suo esempio, bello e motivante, diventa anche – sopratutto – per la Chiesa una responsabilità e una fonte di ispirazione. Essa non può perdere l’occasione di riconoscere in Francesco una guida preziosa nel tempo della “nuova evangelizzazione“, chiamata a rinnovarsi per annunciare il Vangelo con coerenza di vita. Ecologia e cura dell’ambiente diventano così non semplici temi, ma stili evangelici, attraverso i quali la Chiesa è chiamata a maturare una sempre più profonda unità tra Vangelo e forma dell’annuncio.
Come non ricordare l’Enciclica di Papa Francesco sulla cura della casa comune, Laudato si’, che fin dall’incipit richiama l’attualità e la forza del messaggio francescano, invitandoci a farci carico di questa “casa” che ci è stata affidata dove i benefici di tutto ciò che di buono vi è in essa verrà assunto nella festa del cielo: “Laudato si’, mi’ Signore”. In questo splendido Cantico ci ricordava che la nostra casa comune è come una sorella, con la quale condividiamo l’esistenza, e come una madre bella che ci accoglie tra le sue braccia (LS 1). Si evince, allora, che la cura “missionaria” della casa comune nasca da una profonda esperienza spirituale, e non da una semplice teoria ambientale.
Don Francesco di Comite