Pace e povertà come via del Vangelo: due dimensioni centrali dell’esperienza religiosa di San Francesco

Continua la riflessione proposta dall’Ufficio Missioni su San Francesco d’Assisi, negli 800 anni dalla sua morte.

Con l’apertura ufficiale delle celebrazioni, il 10 gennaio 2026, per gli ottocento anni dalla morte di san Francesco d’Assisi (1226–2026), proponiamo un terzo contributo dedicato ai temi della pace e della povertà. Due dimensioni centrali della sua esperienza evangelica, che ci invitano a riflettere sulla sua testimonianza di pace nonviolenta e sulla scelta radicale della povertà come via di libertà interiore e di autentica solidarietà con i più piccoli. Consapevoli che la credibilità della pace nasce dalla testimonianza dei valori della libertà e della dignità umana, e non dallo scontro né dall’offesa dell’altro, Francesco ci insegna che la pace è anzitutto una scelta interiore: una disposizione del cuore che rinuncia al dominio e alla violenza per aprirsi all’incontro.
La vita di Francesco convertito diventa così incarnazione di una pace che non è semplice assenza di conflitto, ma capacità di attraversarlo senza perdere l’amore per l’altro.
Egli accetta di “perdersi” per l’altro, anche quando l’altro si mostra ostile o aggressivo, perché riconosce in ogni persona una dignità che precede ogni inimicizia. In questo senso, il suo incontro con il sultano Al-Kamil a Damietta nel 1219 assume un valore profetico: invece dello scontro sceglie il dialogo, invece della paura la fiducia.
La pace francescana nasce dalla minorità, dal farsi piccoli, dal rinunciare a prevalere. Francesco ci ricorda che la vera forza non sta nella risposta violenta, ma nella capacità di disarmare il cuore, a partire dal proprio. La pace diventa così testimonianza concreta: uno stile di vita che parla più delle parole e rende credibile il Vangelo nel mondo.
L’invito alla pace diventa allora un pensiero costante che trova nella povertà non tanto un ideale romantico, ma una forma di vita radicale, vissuta sine proprio, senza garanzie.
Questa scelta genera incomprensioni, anche all’interno della fraternità nascente e nei rapporti con l’istituzione ecclesiastica. La sua obbedienza al Vangelo è assoluta, talmente totale da renderlo, in alcuni momenti, estraneo al mondo che pure ama con intensità ardente: «Questo voglio, questo cerco, questo desidero di fare con tutto il cuore». In questo senso, Francesco anticipa una svolta di autenticità evangelica. Non fonda un sistema teologico né elabora un programma politico o sociale, ma indica, con la sua vita, una possibilità diversa di essere cristiani. La sua testimonianza mette in crisi tanto il potere quanto le sicurezze spirituali, perché richiama la Chiesa alle origini, alla nudità del Vangelo. Emblematico, in tal senso, è il gesto dello spogliarsi davanti al vescovo di Assisi: un atto pubblico e drammatico che segna una rottura irreversibile e, insieme, una nuova nascita. La sua esperienza spirituale non nasce fuori dalla storia, ma nel suo cuore più incandescente. Come ricordano le prime biografie, «il Signore condusse Francesco tra i lebbrosi», cioè dentro ciò che era rifiutato, temuto e scandaloso.
Un tratto importante e fortemente identificativo di un rinnovamento linguistico e spirituale lo ritroviamo nel saluto «Pace e Bene», assunto dalla tradizione francescana. Esso non è un semplice segno identitario dei frati, ma una chiamata rivolta a tutta l’umanità. Nel Testamento del 1226, Francesco stesso ricorda: «Il Signore mi rivelò che dicessi questo saluto: “Il Signore ti dia pace”». Sin dall’inizio, Francesco e i suoi frati si impegnarono in una predicazione di pace, tanto che nella Regola del 1223 compare esplicitamente il monito di Gesù: «In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa».
L’immagine della casa richiama gli affetti e le relazioni in cui viviamo, ma diventa anche simbolo della casa comune che è il mondo, dove senza pace non è possibile vivere nella speranza e nella convivenza. Per Francesco, la pace non deve essere solo proclamata, ma prima di tutto vissuta. Lo testimonia la Leggenda dei tre compagni (1276): «La pace che annunziate con la bocca, abbiatela ancor più copiosa nei vostri cuori. Non provocate nessuno all’ira o allo scandalo, ma tutti siano attirati alla pace, alla bontà, alla concordia dalla vostra mitezza. Questa è la nostra vocazione: curare le ferite, fasciare le fratture, richiamare gli smarriti». Tutta la sostanza delle parole e della vita di Francesco mirava a spegnere le inimicizie.
In questo orizzonte, la povertà – intesa come libertà dal potere e dal possesso – diventa il paradigma della teologia francescana. Il “santo” per eccellenza comprese che la pace interiore in Cristo poteva, di conseguenza, pacificare l’ambiente circostante. Ma per questo è necessario entrare in un’altra logica, non quella della sicurezza garantita, bensì quella di un orizzonte luminoso entro cui leggere la storia e le sue sfide. Con san Francesco viene così riletto un principio fondamentale: solo la pace interiore in Cristo può pacificare il nostro mondo; solo l’invito «Pace a questa casa» può riformare la Chiesa nella sua missione di guarigione del mondo.
È una pace evangelica, disarmata e fraterna (cfr. Leone XIV), una pace “tanto desiderata” che nasce dalla conversione e apre alla possibilità di ciò che ancora non esiste, ma che il Vangelo rende possibile.

Don Francesco di Comite