Nel messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2026, Papa Leone XIV indica una parola che attraversa e sostiene l’intero testo: unità. Unità con Cristo, unità tra i cristiani, unità per il mondo. Nel centenario di questa Giornata, istituita da Pio XI, il Papa non propone uno slogan, ma una direzione chiara e concreta per la vita della Chiesa di oggi: riscoprirsi profondamente uniti al Signore per essere davvero missionari. Il tema scelto, “Uno in Cristo, uniti nella missione”, non guarda soltanto ai territori lontani o ai missionari ad gentes, ma entra nelle parrocchie, nelle comunità, nelle relazioni quotidiane tra credenti. La missione, infatti, non nasce da strategie o da programmi pastorali, bensì da una comunione viva con Gesù. Il cammino missionario richiede «cuori unificati in Cristo, comunità riconciliate e, in tutti, disponibilità a collaborare con generosità e fiducia». Non ci sono altre strade. Spesso dimentichiamo che la Chiesa non ha una missione, ma è missione. «Essere cristiani non significa anzitutto aderire a un insieme di pratiche o di idee: è vivere in unione con Cristo, partecipando alla sua relazione filiale con il Padre nello Spirito Santo». Solo da questa unione sgorga un’autentica spinta missionaria. Se la sorgente si inaridisce, anche l’annuncio perde forza.
In un’Europa stanca e segnata da smarrimento spirituale, il Vangelo può tornare a fiorire soltanto se impariamo a “decifrare la lingua di Gesù”, cioè a vivere e testimoniare il suo stile. Il cristianesimo non è un discorso astratto, ma un aiuto concreto ad attraversare le esperienze forti della vita, anche quelle più tragiche. È proprio lì, nel dolore, nella fatica, nelle domande radicali dell’esistenza, che la fede dà il meglio di sé, mostrando il volto di un Dio che non abbandona. Per questo il Papa richiama con decisione la responsabilità primaria della Chiesa: custodire e rinnovare l’unità spirituale e fraterna tra i suoi membri. In un tempo segnato da conflitti, polarizzazioni, incomprensioni e sfiducia reciproca, anche le comunità cristiane rischiano di indebolire la propria testimonianza. Quando l’unità si incrina, la missione perde credibilità. L’evangelizzazione richiede anzitutto cuori riconciliati, desiderosi di comunione, capaci di gesti semplici ma carichi di fede.
Al centro di tutto resta l’amore. «Se l’unità è la condizione della missione, l’amore ne è la sostanza. La Buona Novella che siamo inviati ad annunciare al mondo non è un’ideale astratto: è il Vangelo dell’amore fedele di Dio, incarnato nel volto e nella vita di Gesù Cristo. La missione dei discepoli e della Chiesa intera è il prolungamento, nello Spirito Santo, di quella di Cristo: una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore. Tant’è vero che il Signore stesso, nella sua grande preghiera al Padre prima della Passione, dopo aver invocato l’unità dei discepoli così conclude: «L’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro» (Gv 17,26). Gli Apostoli poi evangelizzarono spinti dall’amore di Cristo e per Cristo (cfr 2Cor 5,14).
Allo stesso modo, lungo i secoli, schiere di cristiani, martiri, confessori, missionari, hanno dato la vita per far conoscere questo amore divino al mondo. Così, la missione evangelizzatrice della Chiesa continua sotto la guida dello Spirito Santo, Spirito d’amore, sino alla fine dei tempi».
Il messaggio per il 2026 suona dunque come un invito esigente e pieno di speranza: tornare all’essenziale, rimettere Cristo al centro, camminare insieme per portare al mondo il segno concreto dell’amore di Dio.
«Ammirando i missionari e le missionarie, il Papa rivolge un appello alla Chiesa intera: unirsi a loro nella missione evangelizzatrice attraverso la testimonianza della vita in Cristo, la preghiera e il sostegno concreto alle missioni. Spesso — ricordava Francesco d’Assisi — «l’Amore non è amato». A ottocento anni dal suo transito al Cielo, il suo esempio invita a lasciarsi contagiare dal desiderio di vivere nell’amore del Signore e di trasmetterlo ai vicini e ai lontani: «molto si deve amare l’amore di Colui che molto ci ha amato», come scrive Bonaventura da Bagnoregio». Allo stesso modo, lo zelo missionario di Teresa di Gesù Bambino continua a ispirare: «In Cielo desidererò la stessa cosa che in terra: amare Gesù e farlo amare». È questa la sintesi più vera del messaggio: un’unità che nasce dall’amore e diventa missione, perché il mondo possa incontrare, attraverso la Chiesa, il volto misericordioso di Dio.
Don Francesco di Comite
