La riforma liturgica culminata nel Vaticano II ha recuperato la centralità dell’assemblea celebrante e pertanto anche l’importanza dell’assemblea che canta. Purtroppo, però, un’errata interpretazione del rinnovamento conciliare, ha portato alcune realtà a mettere in discussione l’importanza del coro, accusato di usurpare a proprio esclusivo vantaggio ed esibizione il canto della comunità liturgica. La riforma non afferma affatto che i cori siano diventati inutili e sorpassati; al contrario sottolinea che sono indispensabili se si vuole che l’assemblea sia veramente iniziata, guidata, educata al canto.
La questione non è solo “coro sì o coro no” o la scelta del repertorio più adatto alla liturgia; c’è piuttosto da domandarsi se chi sceglie i repertori e decide la loro realizzazione abbia presente che tutta l’assemblea è chiamata a celebrare la gloria di Dio. È infatti compito specifico del coro liturgico insegnare in modo appropriato i canti all’assemblea, sostenerla e non soffocarla, dialogando con essa e aiutandola nella preghiera.
Purtroppo per tanti il canto liturgico risulta essere un passatempo, un riempitivo, un sottofondo musicale piacevole. Un’assemblea che non canta o apre la bocca solo per brevi risposte non è un’assemblea cristiana! Ma anche una schola o un gruppo di cantori che abitualmente zittiscono l’assemblea non svolgono il proprio servizio ministeriale.
Con ciò non si vuol sostenere che l’assemblea debba cantare tutto dall’inizio alla fine della celebrazione e che il canto della sola schola non ha diritto di cittadinanza nella celebrazione, ma ognuno deve svolgere il suo compito secondo una regia celebrativa attenta e diligente. Pertanto “non può esistere contrapposizione tra l’assemblea e la schola, ma ambedue devono coesistere, amalgamarsi, dialogare, sostenersi, alternarsi” (A. Parisi). Per la schola cantorum si parla di “vero ministero liturgico”; ad essa spetta il compito di curare le parti che le competono e favorire la partecipazione attiva dei fedeli, almeno nelle esecuzioni delle parti più semplici. Si scrive nella Costituzione Conciliare Sacrosancum concilium: “I vescovi e gli altri pastori di anime curino diligentemente che in ogni azione sacra celebrata con il canto tutta l’assemblea dei fedeli possa partecipare attivamente,indicando dunque come un elemento, la schola cantorum, non debba escludere l’altro, l’assemblea”.
In modo ancora più esplicito, raccomanda ai compositori di scrivere melodie “che possano essere cantate non solo dalle maggiori scholae cantorum, ma che convengano anche alle scholae minori, e che favoriscano la partecipazione attiva di tutta l’assemblea dei fedeli”.
Nell’istruzione Musicam sacram si ribadisce che il vero fine della musica sacra è la gloria di Dio e la santificazione dei fedeli: la preghiera in canto diventa più gioiosa, l’unione dei cuori è resa più salda ed evidente dall’unione delle voci, soprattutto, la liturgia trova maggiore completezza nella distribuzione dei ruoli.
I criteri espressi nella costituzione dogmatica Sacrosanctum Concilium e approfonditi nell’istruzione Musicam sacram in merito all’esigenza di educare il popolo e le scholae ad uno ‘spirito liturgico’ usufruendo del patrimonio musicale del passato e di quello che viene oggi composto.
Punto cruciale quindi del rapporto tra coro e assemblea è la scelta del repertorio, nei suoi aspetti tecnico-musicali, testuali e stilistici, selezionando con sapienza il più adatto ad agevolare la partecipazione di tutti.
Un coro liturgico ha prima di tutto il “fine di edificare il corpo di Cristo”, e come tale non è semplicemente fatto da uomini, ma opera in esso lo Spirito Santo.
Questo suo fine ne motiva l’esistenza, ne condiziona la struttura e le competenze specifiche, lo collega in modo particolare alla vita di fede attivamente testimoniata, che ogni suo membro è chiamato ad avere.
Il coro è presente per offrire la propria voce al servizio della comunità.
Di conseguenza il luogo in cui viene situato e da cui canta nel corso delle celebrazione deve essere scelto in modo da non distaccarlo eccessivamente dal resto dell’assemblea.