Giovedì 15 gennaio nella Sinagoga di Genova è stata celebrata la Giornata dell’amicizia ebraico-cristiana con un incontro sul tema “In te si diranno benedette tutte le famiglie della terra (Gen 12,3)”. I Relatori dell’incontro sono stati Giuseppe Momigliano, Rabbino Capo della Comunità ebraica di Genova e Don Gianfranco Calabrese, Vicario episcopale. Le relazioni sono state intervallate dai canti del Coro Shlomot.
La sinagoga è per la comunità ebraica un luogo di incontro, di studio e di preghiera; questa sinagoga rappresenta anche la storia secolare della comunità ebraica a Genova, con i suoi eventi lieti e tragici. È stata costruita nel 1935, alla fine di un periodo in cui la comunità genovese si era sviluppata anche per l’afflusso di persone da altre parti d’Italia e dall’estero.
L’edificio è orientato verso Gerusalemme, il luogo sacro dell’antico tempio. La parte più sacra è l’Arca Santa, che contiene i rotoli della Torah (si tratta di un grande portale addossato alla parete di fondo (il pavimento rialzato di quell’area ricorda il presbiterio delle chiese cattoliche). Il portale è coperto da una cortina, una tenda con decorazioni simboliche. Questa in particolare mostra nella parte alta il Tempio, al centro il candelabro e in basso la Lanterna e vuole esprimere il legame ideale tra Genova e Gerusalemme.
Molte delle decorazioni dell’edificio sono dovute al compianto artista genovese Emanuele Luzzati.
Davanti all’Arca si trova il lume sacro (una lampada che pende dal soffitto). Nel complesso l’edificio è una grande sala a pianta centrale, molto alta di soffitto, con due ordini di loggiati superiori. Sulle balaustre dei loggiati sono scritte delle frasi tratte dai Salmi e dai Profeti.
I canti eseguiti dal Coro Shlomot erano tratti dal repertorio tradizionale della comunità ebraica sefardita (gli Ebrei che erano residenti in Spagna). La direttrice del coro ha specificato che sono in una lingua che assomiglia allo spagnolo.
Nel suo intervento, il Rabbino Momigliano in relazione al tema dell’incontro ha presentato alcuni modi in cui i maestri della Tradizione ebraica di epoche diverse hanno intepretato il versetto e il passo biblico in cui è inserito, cioè il passo dove Dio dice ad Abramo di lasciare la sua terra.
“Il Signore disse ad Abram: «Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò. Farò di te un grande popolo e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e diventerai una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e maledirò chi ti maledirà, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra.»”
Secondo alcuni maestri il Signore parla ad Abramo come risposta ad una sua invocazione. Si narra che Abramo vide un palazzo in fiamme (o in altre versioni un palazzo illuminato) e chiese dove fosse il padrone del palazzo. Abramo osservando il mondo e il caos che lo funesta (o in altre versioni la sua bellezza) si poneva la domanda sul senso, e Dio, che risponde a chi lo cerca, gli parlò.
Alcuni maestri pongono l’accento sul comando “Vattene”. È lo stesso di quando Dio gli dirà “Vattene nel territorio di Moria” per sacrificare il figlio Isacco. Andarsene significa staccarsi da una vita passata per iniziarne una nuova. Il Signore instaura con Abramo un dialogo e da lì un nuovo progetto per il mondo.
Un’altra similitudine usata dai maestri è che Abramo in Mesopotamia era come una boccetta di profumo sigillata. Spostandosi nel mondo, il profumo si è sparso. La frase “farò di te una grande nazione” non intende tanto il numero, quanto la relazione privilegiata con Dio per avere ricevuto la Torah. Un “grande” popolo come “grande” è il nome del Signore. Alcuni maestri notano come “benediro’ coloro che ti benediranno” è plurale, mentre “malediro’ chi ti maledirà” è singolare. La maggioranza dell’umanità riconosce la grandezza di Abramo.
“Si benediranno in te tutte le famiglie della terra” significa che il fine per cui il Signore dice ad Abramo di mettersi in viaggio è per diventare uno strumento di benedizione per i popoli, che saranno benedetti per mezzo di lui e della sua discendenza. Questo è ribadito ad Abramo più volte ed anche agli altri patriarchi.
La strada che Abramo, scelto e chiamato da Dio, intraprende è un percorso particolare che separa e diversifica il popolo ebraico dagli altri, ma per un fine universale.
Adamo viene mandato da Dio in esilio, Abramo va in esilio per incontrare Dio. Diversamente da Adamo, Abramo ascolta e obbedendo alla volontà divina si assume una responsabilità per se stesso e per gli altri.
L’argomento della seconda relazione, di don Gianfranco Calabrese, Vicario episcopale, muoveva dalla dichiarazione Nostra Aetate del Concilio Vaticano II, che 60 anni fa ha inaugurato una svolta nei rapporti della Chiesa con l’Ebraismo.
Don Calabrese ha iniziato raccontando di quella volta in cui, da seminarista, capitò davanti alla sinagoga e, avendo seguito un corso di ebraico, cercava di leggere la frase sul fronte dell’edificio; ad un tratto passò un ragazzino che gliela lesse velocemente.
Si è rallegrato di poter svolgere questo incontro dell’amicizia ebraico-cristiana in sinagoga. I semi piantati sessant’anni fa dal Concilio Vaticano II, adesso sono sbocciati. Come ha detto anche Papa Leone, vanno coltivati con rispetto e cura vicendevole, perché diventino degli alberi.
Don Calabrese ha portato all’attenzione tre parole che compaiono nella Bibbia e nel numero 4 della Nostra Aetate.
La prima parola è “Pace”. Questa parola, che compare nell’Antico Testamento 237 volte, ha un significato profondo. Pace non significa semplicemente assenza di guerra. Come disse nel XVII secolo il filosofo ebreo Spinoza, è una virtù, uno stato d’animo che dispone a benevolenza, giustizia e fiducia. La pace è un dono messianico. Se Dio non converte il cuore dell’uomo, non potrà vedere nel prossimo un fratello e fare la pace.
La seconda parola è “Pasqua” o “passaggio”. Dio passa. Dobbiamo vedere noi oggi il passaggio di Dio che ci salva, per poter essere uomini e donne di speranza, per alzarci in piedi e partire.
La terza parola è “Alleanza”. Non siamo soli, Dio è nostro alleato, non dobbiamo cercare altri alleati.
La Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato delle schede per conoscere l’ebraismo, preparate in collaborazione con l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane – UCEI e disponibili sul sito web della Cei.
In conclusione è stato letto – dal Rabbino in ebraico e da don Calabrese in italiano – il Salmo 8. Infine, a conclusion dell’incontro, il Coro ha intonato un allegro Alleluia.
Paola Magillo