Pacem in terris: il dialogo è una responsabilità condivisa

Ci sono momenti in cui il dialogo smette di essere una parola ripetuta e diventa un’esperienza concreta, capace di interrogare le coscienze. La Giornata internazionale di studi “Pacem in Terris. Il dialogo ecumenico e interreligioso ieri, oggi, domani”, svoltasi il 10 dicembre all’Università di Genova, presso l’Aula 16 dell’Albergo dei Poveri, sede del Dipartimento di Scienze Politiche e Internazionali, è stata uno di questi momenti. Non solo per la significativa ricchezza dei contributi, quanto per il clima che ha attraversato l’intera giornata: un ascolto reciproco che ha restituito al dialogo il suo significato più autentico. Si è trattato di un’esperienza di ascolto e di confronto che ha mostrato come il dialogo tra Chiese e religioni non sia un tema accessorio, ma una responsabilità storica e spirituale, particolarmente urgente nel contesto attuale segnato da guerre, crisi umanitarie e fratture sociali. Per questo, richiamare oggi l’enciclica Pacem in Terris di san Giovanni XXIII non significa evocare un documento del passato, ma lasciarsi provocare da una visione profetica della pace. Il riferimento all’enciclica, filo rosso dell’intera giornata, non deve rappresentare un mero richiamo nostalgico, ma può essere criterio interpretativo capace di orientare il presente. Dai diversi contributi è emersa con chiarezza la convinzione che la pace non possa essere ridotta a un equilibrio di poteri o all’assenza di conflitti, ma debba essere intesa come costruzione paziente di relazioni giuste, fondate sulla dignità della persona, sul riconoscimento dell’altro e sulla ricerca del bene comune. La pace non come obiettivo da raggiungere una volta per tutte, ma come processo che coinvolge le persone, le comunità e le istituzioni. Un cammino fragile, che esige conversione dello sguardo e disponibilità a riconoscere nell’altro non una minaccia, ma un interlocutore. In un tempo segnato da conflitti armati, da linguaggi di odio e da nuove forme di esclusione, la presenza attorno allo stesso tavolo di rappresentanti di diverse tradizioni religiose ha assunto un valore simbolico e insieme profondamente concreto. Il dialogo interreligioso, come è emerso con chiarezza, non è un lusso per tempi di pace, ma una necessità proprio nei tempi di crisi. È un atto di responsabilità verso l’umanità ferita, prima ancora che una scelta strategica.

La presentazione del volume Pacem in Terris. Le religioni a servizio della pace (Collana “Scienze per la Pace” del Centro interdisciplinare di Ateneo “Scienze per la Pace” dell’Università di Pisa, Pisa University Press, 2025), ha permesso di mettere a fuoco il ruolo delle religioni nello spazio pubblico contemporaneo, evidenziando come le tradizioni religiose, pur nella loro diversità, condividano un patrimonio etico e simbolico che può diventare risorsa per la convivenza, a condizione di essere liberato da strumentalizzazioni ideologiche e da chiusure identitarie. In questa prospettiva, il dialogo non è apparso come una rinuncia alla propria identità, ma come un suo approfondimento.

Particolarmente significativa è stata la tavola rotonda interreligiosa, che ha dato voce a rappresentanti di diverse fedi. Il confronto ha mostrato come la pace non sia un tema astratto, ma una pratica concreta che interpella le comunità religiose nei loro contesti quotidiani: nell’educazione, nella formazione delle coscienze, nella testimonianza pubblica. È emersa una visione condivisa della pace come cammino, spesso fragile e incompiuto, che richiede perseveranza, fiducia e capacità di abitare le differenze senza annullarle. Eloquente è stato il richiamo alle grandi svolte della storia della Chiesa: dal Concilio di Nicea al Concilio Vaticano II. Eventi lontani nel tempo, ma ancora capaci di parlare al presente. I lavori, in tal senso, hanno offerto due ulteriori chiavi di lettura. Da un lato, il richiamo al Concilio di Nicea, a 1700 anni dalla sua celebrazione, ha permesso di rileggere le radici dell’ecumenismo cristiano, mostrando come le questioni dell’unità, del primato e della sinodalità non appartengano solo al passato, ma continuino a interrogare le Chiese nel presente, ricordando che l’unità non nasce dall’uniformità. Dall’altro lato, il riferimento al Concilio Vaticano II e alla dichiarazione Nostra Aetate, bussola per orientarsi in un mondo plurale nel quale la pace passa inevitabilmente attraverso l’incontro, ha evidenziato il lungo cammino compiuto dalla Chiesa cattolica nel riconoscere il valore del dialogo interreligioso come dimensione costitutiva della propria missione nel mondo.

Le riflessioni emerse hanno mostrato come le religioni possano essere, se vissute nella loro autenticità, luoghi di riconciliazione e non di contrapposizione. Non perché cancellino le differenze, ma perché insegnano ad abitarle senza trasformarle in muri. In questo senso, il dialogo non impoverisce l’identità, ma la purifica, liberandola dalla tentazione della chiusura e dell’autoreferenzialità. Nel loro insieme, i lavori del convegno hanno restituito l’immagine di una pace esigente, che non si costruisce senza conflitti, ma attraverso il confronto onesto e il riconoscimento reciproco. Una pace che chiama in causa non solo le istituzioni politiche, ma anche le comunità religiose, il mondo accademico e la società civile. Da Genova è giunto un messaggio che va oltre i confini dell’aula universitaria. La pace, come hanno suggerito i lavori del convegno, non è il risultato di accordi astratti, ma il frutto di relazioni coltivate nel tempo, di parole custodite con responsabilità, di scelte quotidiane che rifiutano la logica dello scontro. In un mondo che sembra abituarsi alla guerra, il dialogo appare allora come una forma esigente di resistenza morale e spirituale. In questo senso, il convegno genovese ha rappresentato un segno concreto di speranza: la testimonianza che, anche in tempi segnati dalla violenza e dalla paura, è possibile creare spazi di parola e di ascolto in cui la fede diventa linguaggio di pace e il dialogo una forma alta di responsabilità verso l’umanità intera. Pacem in Terris si è rivelata, in questa giornata, non solo un titolo evocativo, ma una chiamata rivolta a tutti: alle comunità religiose, perché sappiano essere segni credibili di riconciliazione; alle istituzioni culturali, perché continuino a creare spazi di pensiero e di ascolto; ai credenti e ai cittadini, perché assumano la pace come responsabilità personale e collettiva. Non una pace facile o immediata, ma una pace possibile, da costruire insieme, giorno dopo giorno, con la pazienza del dialogo responsabilmente condiviso e il coraggio della speranza.

Daniela Tarantino

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