Papa Giovanni XXIII apre il Concilio Vaticano II. I Padri conciliari, riuniti a Roma, celebrano la Messa del rito allora vigente — quella del Concilio di Trento —, poiché la riforma non è ancora avvenuta; e non possono neppure concelebrare, dato che la concelebrazione non era ancora prevista. Assistono, dunque, in silenzio alla Messa presieduta dal Papa e vivono quella liturgia. E tuttavia — dato di grande peso — tutti avvertono nel cuore che tra la Messa celebrata nel 1960 e una Messa del Cinquecento vi era qualcosa che chiedeva di essere ripensato: le acquisizioni del Movimento Liturgico, ormai largamente diffuse, erano condivise dalla maggior parte dei Padri.
11. Sacrosanctum Concilium:
Dopo la morte di Giovanni XXIII, Paolo VI porta a termine il Concilio; e il primo documento promulgato è precisamente quello sulla liturgia: la costituzione Sacrosanctum Concilium. Se ne raccomanda vivamente la lettura integrale: la costituzione è, per così dire, l’ultima tappa dell’excursus storico che si è delineato, e in essa — se ancora non si fosse raggiunta un’idea chiara di cosa sia la liturgia — la si troverà.
11.1. Il proemio e la duplice intenzione
Il documento si apre con un proemio, il cui primo dato significativo è che il Concilio scelga di iniziare proprio con la liturgia. Non è casuale: se un concilio pastorale intende rinnovare la vita della Chiesa — non rinnovare le verità di fede, ma consentire ai fedeli di vivere la vita cristiana nel tempo moderno —, la prima cosa è la liturgia, ed è prima in tutti i sensi.
Al n. 3, il proemio dichiara:
«Il Sacro Concilio ritiene perciò opportuno richiamare i seguenti principi riguardanti la promozione e la riforma della liturgia».
Il documento intende dunque offrire principi elevati per la liturgia, e non soltanto per la sua riforma: dice, testualmente, per la promozione, termine che nel linguaggio odierno può rendersi con formazione. Occorre sottolinearlo, perché è punto spesso frainteso: il Concilio non ha soltanto cambiato la Messa, non ha semplicemente autorizzato la lingua italiana. Il documento poggia su due pilastri — la formazione e la riforma dei riti — che, come già ricordava Guardini, non possono darsi l’uno senza l’altro. Se si consegna un Messale nuovo, in italiano, a un popolo che continua a celebrare come nell’Ottocento — con i fedeli che stanno lì, il presbitero che celebra, i fedeli che sentono e poi tornano a casa —, la sostanza non muta. La formazione dei fedeli e la riforma dei riti devono procedere insieme.
11.2. Natura della sacra liturgia (nn. 5-8)
Il capitolo I si apre con la domanda fondamentale: che cos’è la liturgia? Al n. 5, coerentemente, il documento inizia da Dio, «il quale vuole che tutti gli uomini si salvino e arrivino alla conoscenza della verità»: è il tema della rivelazione, sostenuto da una fitta trama di citazioni bibliche e patristiche. Dio nutre questo progetto di salvezza sul mondo, parla ai profeti, invia il Figlio: «per questo motivo, in Cristo avvenne la nostra perfetta riconciliazione con Dio e ci fu data la pienezza del culto divino». In Cristo che si offre al Padre, il culto divino trova la sua pienezza. Quest’opera di redenzione, precisa il testo, «è stata compiuta principalmente per mezzo del mistero pasquale»: nell’offerta pasquale di Gesù risiede l’opera della redenzione e della santificazione.
Al medesimo numero, il documento prosegue: «come Cristo fu inviato dal Padre per quest’opera di santificazione, così anche egli inviò gli Apostoli». Perché li ha inviati? Il testo conciliare precisa il senso di questa missione con particolare accuratezza: gli Apostoli non dovevano limitarsi ad annunciare che il Figlio di Dio, con la sua morte e risurrezione, ci ha liberati dal potere di Satana e della morte; dovevano anche attuare l’opera di salvezza che annunciavano. Il binomio annunciare-attuare è cruciale: si annuncia attraverso la predicazione; si attua attraverso la liturgia. La liturgia è dunque attuazione della salvezza, attuazione della Pasqua, mediante il sacrificio e i sacramenti — battesimo, cresima, e via dicendo. L’annuncio è importante, ma la liturgia è la realtà.
Il n. 7 introduce, nel tempo della Chiesa, un terzo momento: Cristo non abbandona la Chiesa dopo l’invio degli Apostoli — non è, si potrebbe dire, il maestro che se ne va lasciando i discepoli a proseguire da soli l’opera. Al contrario: egli «è sempre presente nella sua Chiesa», e «in modo speciale nelle azioni liturgiche». È presente nel sacrificio della Messa, sia nella persona del ministro, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche; è presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che, quando uno battezza, «è Cristo stesso che battezza»; è presente nella sua Parola, poiché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura; è presente, infine, quando la Chiesa prega e loda.
Tale presenza non è statica — come talora si è pensato: Cristo lì, chiuso nel tabernacolo —, ma è azione. Sono le azioni della liturgia a essere descritte: quando uno battezza, è Cristo che battezza; quando la Chiesa prega, egli prega con lei; è presente con la Chiesa che prega, con le sue azioni nei sacramenti. Cristo è presente perché agisce sempre attraverso la liturgia. Mentre la Chiesa fa la liturgia, Cristo agisce simultaneamente nel mondo: non è una presenza statica, è un’azione. Egli associa sempre a sé la Chiesa sua sposa, che l’invoca come suo Signore e per mezzo di lui rende culto all’Eterno Padre. La Chiesa non fa la liturgia da sola: la fa in questa collaborazione con Cristo, e per mezzo di lui rende culto al Padre.
Ne consegue la definizione classica: la liturgia è «l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo», nella quale «il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo», Capo e membra. Non è Gesù Cristo da solo: è Gesù Cristo con tutti quelli che sono innestati in lui e che egli si porta con sé. Egli va al Padre, si offre una volta per sempre, e ci porta con sé; per il battesimo, siamo inseriti in questa risalita al Padre, in questo cammino verso il Padre. Ogni celebrazione liturgica, pertanto, «in quanto opera di Cristo Sacerdote nel suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza» e «nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado»: sono queste le parole dei Padri conciliari, che riconoscono nella liturgia un’azione senza pari nella vita della Chiesa.
Al n. 8, la liturgia terrena è affermata come anticipazione di quella celeste. Ciò è coerente con quanto detto: nel Cielo il Figlio è tutto verso il Padre, nello Spirito; e i fedeli, già ora, si uniscono a tale movimento. La liturgia terrena ne è dunque lo specchio, poiché in essa si entra nel cammino stesso della Trinità.
11.3. Liturgia e vita della Chiesa (nn. 9-13)
Il n. 9, con equilibrio, precisa: «la sacra liturgia non esaurisce tutta l’azione della Chiesa». Prima che gli uomini possano accostarsi alla liturgia, occorre che siano chiamati alla fede e alla conversione. Il rilievo ha rilevanza pastorale: non è opportuno invitare chiunque a venire alla Messa come unica forma di evangelizzazione, né dire semplicemente ai non credenti «venite a Messa». Prima vengono l’annuncio, l’evangelizzazione, la fede, la conversione; poi si dà l’inserimento nella vita liturgica. La liturgia non è, dunque, il luogo principale di evangelizzazione — pur essendo anche questo, ma non soltanto e non soprattutto.
Il n. 10 offre la formula magistrale, ormai divenuta paradigmatica: la liturgia è culmine verso cui tende l’azione della Chiesa e insieme fonte da cui promana tutta la sua energia. Culmine, perché è il traguardo verso cui vanno tutte le attività della Chiesa: tutte le attività, in ultima istanza, mirano al fatto che le persone possano radunarsi nella celebrazione. Fonte, perché tutta l’energia con cui la Chiesa evangelizza, annuncia, raggiunge le persone, viene dalla liturgia stessa, dall’essere battezzati; e la liturgia non è soltanto la Messa: è anche battesimo, cresima, ordine, matrimonio. Tutta la forza della vita della Chiesa viene dalla liturgia.
Il testo esplicita: «il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al sacrificio e alla mensa del Signore». Si noti la concretezza: non si dice, in astratto, «la liturgia»; si dice che le persone si riuniscano in assemblea, lodino Dio, prendano parte, cantino. Non si tratta della liturgia in generale, ma di una partecipazione concretamente descritta. E la liturgia stessa, a sua volta, «spinge i fedeli, nutriti dei sacramenti, a vivere in perfetta unione»: essa è dunque, insieme, punto d’arrivo e punto di partenza.
Il n. 11 osserva che, perché tale efficacia sia piena, è necessario che i fedeli si accostino alla sacra liturgia con retta disposizione d’animo — parte soggettiva, che si aggiunge alla grande opera oggettiva: essi cooperino con la grazia e prendano parte «in modo consapevole, attivo e fruttuoso». Il n. 12 chiarisce che la vita spirituale non si esaurisce nella partecipazione alla sola liturgia: la vita spirituale ha nella liturgia il proprio culmine e centro — da lì nasce tutto e a lì tutto ritorna —, ma non ne è esclusivamente costituita. Vi si aggiunge anche la preghiera personale «in segreto, nella propria camera», e l’offerta della propria vita insieme alle sofferenze del Signore.
Il n. 13 tratta, in relazione a questo tema, dei cosiddetti pii esercizi. Che cosa sono i pii esercizi? Sono tutte quelle pratiche religiose che non appartengono propriamente alla liturgia — non sono sacramenti, non sono benedizioni, non appartengono all’anno liturgico — ma sono preghiere e devozioni: il santo Rosario, la Via Crucis, oppure alcune processioni del mondo delle confraternite, e altre pratiche analoghe. Il documento affronta la questione con equilibrio: si tratta di stabilire come integrare tali pratiche, alcune delle quali possono anche esulare da una sana dottrina, o sfociare, in certi contesti, in forme di superstizione. Il testo raccomanda i pii esercizi, ma precisa che devono essere regolati in modo da armonizzarsi con la liturgia, «derivino in qualche modo da essa, ad essa introducano il popolo, perché la liturgia, per natura sua, è di gran lunga superiore ai pii esercizi». Nella prospettiva conciliare, essi hanno dunque un ruolo di avvicinamento, ma non un fine in sé: sono orientati a che le persone accedano poi all’Eucaristia domenicale, ai sacramenti, alla vita liturgica della Chiesa, che è appunto costituita dai sacramenti, dalle benedizioni e dalle feste dell’anno liturgico.

