Cappellani del mondo del lavoro: 80 anni

Discorso pronunciato alla Sala Quadrivium al Convegno per gli 80 anni dell'Armo
01-12-2023

Arcidiocesi di Genova,  Quadrivium 1 Dicembre 2023

80°  dell’ARMO a Genova

 Eccellenza Reverendissima, distinte Autorità, Signore e Signori: è  corretto che il Sacerdote entri nei luoghi di lavoro in orario lavorativo? Quale scopo si prefigge la Chiesa con questa iniziativa? Forse un tentativo di ingerirsi  nelle politiche aziendali o per interessi propri? E perché il Cardinale Giuseppe Siri, quando negli anni sessanta venne dichiarata conclusa l’esperienza a livella nazionale (ONARMO), volle continuare con un’opera diocesana, l’ARMO? Forse per intenti politici e di potere?

  1. Una domanda legittima

Sappiamo che lo scopo della politica non è l’affermazione del potere come sosteneva Nicolò Machiavelli, seguito poi da Hobbes e Marx, ma il bene comune, cioè le condizioni affinché  ogni uomo, famiglia, gruppo sociale, posano realizzare meglio se stessi e la propria esistenza, come sostennero Tommaso Campanella, G.B. Vivo, Don Sturzo fino a noi.

La differenza non è piccola: nel primo caso la politica è sganciata dall’ordine morale, nel secondo ne è ben stretta poiché non c’è sviluppo senza un’etica vera e cera. Come la storia attesta, si può o dire che il cambiamento è inevitabile, ma il miglioramento no. La fede ha qualcosa di essenziale da dire all’umanità, qualcosa che non è un’ idea astratta e lontana che viene dopo  la realtà, ma la precede e la ispira: ha  da dire Dio e quindi  l’identità dell’uomo. Sì, la fede dice l’uomo, dice chi è nella sua magnifica e drammatica complessità. E la Chiesa – che è il Mistico Corpo di Cristo – ha la missione di annunciare questo messaggio al mondo in ogni tempo e luogo.

Perché  ciò è tanto importante? Perché – nello smarrimento odierno – l’uomo ha bisogno di sapere  chi è, da dove proviene, dove sta andando, che cosa lo attende al di là della grande porta del tempo, se è  perso in una universale solitudine oppure sta al cuore di Dio. Vuole sapere il suo futuro  per  vivere  il presente,  le relazioni, gli affetti, il  lavoro. Vuole conoscere  i valori  per essere libero di scegliere  nella  verità e nel bene. Da questo deriva  una società giusta e  non  una massa di individui: deriva  ultimamente  non dalle leggi e dalle regole, ma dal bene morale e dalla verità della persona, che è “diritto sussistente” (A. Rosmini). Intaccare questa centralità –  che non è innanzitutto un dover  fare ma un dover essere – sconvolge  il tessuto sociale, e l’attività lavorativa in particolare.

Si potrebbe obiettare che la presenza del Sacerdote sia  giustificabile  solo per i cattolici, ma non   tutto ciò che il Vangelo dice è proprietà esclusiva della fede. Molto, infatti,  appartiene anche al patrimonio universale, come la giustizia, il diritto, la dignità del lavoro, la famiglia, l’onestà, il rispetto… L’essere umano è “uni-totalità”, cioè una unità complessa che non può essere scomposta senza essere annullata la sua specificità di persona.

Di questa totalità fa parte integrante la dimensione religiosa: essa si mostra nella continua tensione verso il superamento di noi  stessi verso un oltre, che ci trascende ma che sentiamo  non estraneo. L’uomo non può vivere  in modo dissociato,  pena la divisione interiore che inquina e distorce ogni sua espressione, anche materiale.

  1. Chiesa e mondo

In questa prospettiva di integrale umanesimo, la Chiesa ha pensato alla presenza pastorale del Sacerdote negli ambienti di lavoro fin dagli anni ‘40, nonostante difficoltà storiche ricorrenti. Se essa avesse ascoltato il mondo di allora, la cultura dominante, probabilmente avrebbe desistito, invece non ha esitato a incarnarsi non nelle circostanze del tempo, ma nel cuore dell’uomo, sfidando  incomprensioni, sospetti e ostilità. La fede cristiana, infatti, non è una  somma di verità cristallizzate che si vogliono imporre alle diverse epoche. Essa è una realtà vivente non perché cambia secondo i tempi o i desideri, ma perché da la vita al mondo: per questo chiede la conversione del cuore e della vita, e dona la grazia per camminare non dietro a slogan o passeggeri interessi, ma  all’ unico Maestro e Signore. Ricordiamo che il Verbo eterno si incarna nella cultura di un popolo ma ne resta libero:usa quelle categorie per parlare ad ogni cultura, e le scavalca ogni volta che lo ritiene necessario per compiere la Rivelazione  ultima e definitiva di Dio all’uomo. Per questo  non ha bisogno di essere reinterpretata per parlare all’uomo di oggi. Gesù  è  stato anche incompreso e isolato  apparendo insignificante, fuori dalla  storia di allora, addirittura nemico, ma non si è ritirato, non  adattato la sua Parola alle parole del mondo, alle sue aspettative, come quando non ha ceduto, nella sinagoga di  Nazaret, alle aspettative della sua gente che voleva i miracoli.

Il Sacerdote, negli  ambienti l mondo del lavoro, non è un Parroco, ma un Cappellano, né  è  un “prete-operaio” come in Francia negli anni ’70,  quando, in nome di una malintesa vicinanza e condivisione con la classe operaia, non pochi preti furono assorbiti e l’esperienza fu chiusa: ognuno ha la sua missione e il suo ruolo, e Gesù ci ha detto chi siamo e il compito che le diverse vocazioni  hanno. Il card. Siri, che fu testimone degli inizi e lottò  in ogni modo per mantenere questa presenza a Genova, diceva che il Sacerdote, essendo Pastore, deve interessarsi  di  molte cose della propria gente, ma sempre “dalla predella dell’altare”, cioè da prete. L’immagine mi sembra efficace e sempre attuale.

La distinzione tra Parroco e Cappellano non è nominalista – nomi diversi per sottintendere  il medesimo ruolo come spesso accade – ma esprime ruoli e compiti sostanzialmente e canonicamente diversi: il Parroco, come è noto, è il Padre e il Pastore della sua comunità cristiana, con tutte le prerogative previste, mentre il Cappellano è una vicinanza legata ad un ambiente e ad una situazione precisa e temporanea.

Egli non si ingerisce nell’azienda e rispetta le gerarchie gestionali. E’ una persona visibile e discreta, attenta e disponibile per chiunque desideri conferire con lui nei modi, tempi, luoghi previsti. La regolarità puntuale del Cappellano, l’attenzione ai singoli, alle strutture, agli organismi, agli orari, alle diverse responsabilità, sono  il suo  stile, lontano da schieramenti, immediati interessi di parte, ideologie e partiti. Stile che ha guadagnato ai Cappellani accettazione e  benevolenza di tutti. Ciò permette a questa figura pastorale di incoraggiare singoli, famiglie, attività, e, se richiesto, di esprimere  nelle sedi dovute  opinioni e suggerimenti.

  1. Una collaborazione rispettosa e virtuosa

In questa ottica, si è sviluppato un virtuoso e storico legame fra la Città e la Diocesi, legame che  – nella  distinzione e nell’assoluto rispetto delle Istituzioni – esprime la missione  della Chiesa come lievito nella  vita umana e nella sua complessità etica, religiosa, personale e sociale.

Il Vangelo, infatti, si irradia come nucleo incandescente nell’intera vita dell’uomo, nei suoi aspetti personali e sociali: tra questi c’è il lavoro. Per questa ragione  la presenza dei Cappellani, modulata in questi termini, è preziosa. E la loro  assenza sarebbe un impoverimento per tutti. A riprova di questo, non possiamo no ricordare i momenti nei quali l’Arcivescovo di Genova è stato richiesto di qualche parere, interessamento o mediazione: esempio noto è il momento in cui – per  una grave  vertenza portuale – le Autorità implicate ricorsero al Card. G. Siri.

  1. Lo sviluppo tecnologico

Un’ultima parola sul processo tecnologico nel quale siamo immersi e che avanza inesorabile. La Chiesa non teme la scienza e la tecnica con le loro applicazioni che, in molti campi, sono provvidenziali. Nello stesso tempo, è utile ricordare l’intuizione di Romano Guardini che, nel 1950, si poneva un quesito che allora poteva sorprendere,, ma che oggi è doveroso e  urgente. Egli chiedeva a sé e al mondo occidentale, se l’uomo avrebbe governato il potere della “macchina” che lui  stesso andava costruendo, oppure se ne sarebbe stato dominato fino a modificare se stesso verso quel “trans umanesimo” di cui oggi si parla non a caso. Infatti, le ricadute dell’applicazione massiva e sempre più sofisticata della tecnologica  riguardano non solo l’organizzazione del lavoro, ma anche l’uomo nel suo essere, nella sua libertà e indipendenza sia personale che di massa.

Anche sotto questo profilo, la presenza del Cappellano dell’ARMO è e sarà preziosa  per salvaguardare non solo l’umanità del lavoro, ma anche l’umanità dell’uomo.

Card. Angelo Bagnasco

Arcivescovo emerito di Genova