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"Essere casa"   versione testuale
Omelia pronunciata sabato 11 maggio 2019 a Cagliari nella solennità di S.Ignazio da Laconi






Arcidiocesi di Cagliari
Laconi, 11.5.2019
Festa di Sant’Ignazio da Laconi
OMELIA
“Essere casa”
 
Cari Confratelli nel Sacerdozio
Cari Fratelli e Sorelle nel Signore
 
È motivo di gioia essere qui per partecipare ad una festa di famiglia, non solo quella di Laconi, ma anche di questa nobile terra sarda. Ringrazio la Comunità dei Padri Cappuccini per il fraterno invito, ed auguro a tutti ogni grazia e benedizione.
 
La figura dell’umile Sant’Ignazio, religioso cappuccino, non solo è nota, ma è sentita come uno di casa: la memoria della sua figura e della sua vita è tramandata da una generazione all’altra come segno di speranza, stimolo alla fede, conforto nelle umane vicende. Soprattutto i bambini e i giovani hanno bisogno di conoscere e di imparare ad amare i Santi, a sentirli amici, a confidare nella loro preghiera: hanno bisogno di sapere che i loro genitori e i nonni si sono affidati a loro con fiducia. Essi ci consegnano la nostra storia, quella più importante, che ha modellato il volto del popolo cristiano. Senza di loro, perdiamo la nostra identità e smarriamo noi stessi.
 
Oggi respiriamo un modo di pensare fatto di apparenza e di illusioni, di bugie che vogliono far credere che la vita è un gioco di successi e piaceri, dove tutto è facile e dovuto. Ma sant’Ignazio, con il suo esempio, ci riporta alla verità. Quale verità? La verità di Dio che, in Gesù, è venuto fino a noi per dirci che ci ama, che noi siamo tutto per Lui, per chiederci di fargli spazio perché possa vivere con noi. Solo Dio poteva amarci con questa misura, poteva coinvolgersi con noi, e abbassarsi fino all’altezza del nostro cuore.
 
L’umana esistenza è come camminare nella notte, quando prende la paura del buio. In quell’ andare a tentoni, solo sentire una voce conosciuta o poter afferrare una mano amica può aiutarci a superare l’angoscia e le difficoltà, e andare avanti. Sì, una mano amica, di cui poterci fidare.
Cari Amici, Sant’Ignazio ci ricorda che questa mano amica esiste, è quella di Dio, e che di Lui possiamo fidarci; ci ricorda che la vita è un pellegrinaggio dalla terra al Cielo. Nella sua umile vita – che esemplifica il Vangelo appena ascoltato – nella fedeltà alla questua di ogni giorno per le strade, incontrare la gente, stendere la mano per il pane, essere lui stesso carità per tutti, egli ci ricorda il segreto della vita cristiana: il suo sguardo interiore era fisso in Dio, camminava per le strade ma viveva nella cella del suo cuore. Ecco il segreto. Il rosario che lo accompagnava ovunque, gli permetteva di vedere il volto del Maestro ovunque, negli altri, nelle situazioni, nelle vicende liete o dure dei giorni. I suoi occhi erano fissi nell’eternità: per questo le cose del mondo si mettevano a posto, si ordinavano secondo il loro valore. Anche le parole – rare sulla sua bocca – uscivano buone e consolanti come olio sulle ferite.
 
Sant’Ignazio non ha fatto opere straordinario agli occhi del mondo, la grande opera è stata lui. La sua santità è stata non fare qualcosa per Dio, ma lasciarsi fare da Dio: questa è l’opera più grande perché è la più difficile. Noi vogliamo tenere in pugno il timone della nostra esistenza, decidere di noi stessi, fare quello che vogliamo: ciò è umanamente comprensibile, ma cristianamente sbagliato.
 
Seguire il Signore è seguire i suoi passi con fiducia, anche quando ci porta su sentieri che non comprendiamo, o che non vorremmo percorrere. In sostanza, la fede è consegnarci a Gesù, è fiducia che diventa obbedienza d’amore. Ecco perché il miracolo più grande del Santo cappuccino è stato quello di abbandonarsi allo Spirito, è stato quello di fare la sua volontà, sapendo che servire Dio è ricevere il dono di essere amato da Dio, e quindi il dono di poter amare Lui e i fratelli.
 
Ci sono persone che sono cercate non perché danno qualcosa, ma perché si sta bene con loro, ci si sente più sereni e più buoni. Sant’Ignazio era così, e la gente lo fermava e lo cercava. Come vorremmo anche noi essere portatori di pace e di luce! Le nostre famiglie, i gruppi, la comunità cristiana, la società, sarebbero casa dove chiunque potrebbe trovare accoglienza. Quanto bisogno c’è di questo! Ci sono molte abitazioni oggi, ma poche case. Il nostro Santo è stato casa per le anime che incontrava poiché era abitato da Dio: e dove c’è Lui allora c’è accoglienza e calore.
 
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova
Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa