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"Il Cristianesimo e l'Europa"   versione testuale
Discorso pronunciato sabato 11 maggio 2019 alla Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna






Arcidiocesi di Cagliari
Sabato 11.5.2019
Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna
 
“Il Cristianesimo e l’Europa”
 
 
 
Eccellenza Carissima,
Sig. Preside della Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna
Autorità
Cari Amici
Ringrazio per il gentile invito a questo significativo evento e mi permetto di congratularmi per l’attualità del tema e per l’interessante articolazione che ha messo a fuoco tre grandi figure: Newman, Florenskij e Guardini. Solo i loro nomi sono già uno stimolo a pensare in grande, evocano sentimenti nobili, introducono nel mistero del Dio-Trinitario e della creatura umana. A me il compito di presentare alcune considerazioni per affiancare i lavori delle diverse sessioni del Convegno.
 
1. Un simbolo europeo
Vorrei partire da un evento che ha lasciato attonito non solo la Francia o l’Europa, ma il mondo: il rogo della Cattedrale di Parigi. I segni fanno parte della nostra umanità, ma a volte sono guardati con indifferenza, se non addirittura con fastidio. Quando però improvvisamente vengono meno, allora la coscienza si scuote, sente che qualcosa di profondo è stato ferito, che un nervo è rimasto scoperto e lo resterà sempre, poiché i simboli religiosi – ancorché disattesi nella pratica – sono lì a ricordare chi siamo e dove stiamo andando. Di fronte alla cattedrale in fiamme, il mondo si è fermato incredulo. Il Medioevo l’aveva pensata – Notre-Dame –, in tutta la sua ardita bellezza, radicata nella terra e svettante verso il cielo, testimonianza e richiamo alla verità dello spirito, sintesi dell’Europa che, oggi bruciata dal fuoco, in realtà è povera del fuoco decisivo del Vangelo.
Forse, nel cuore di molti si è imposta una domanda: può il Cristianesimo, che ha concepito tanta bellezza, essere nemico dell’uomo? Potrebbe, guardando a Cristo, non avere a cuore l’uomo, non essere lievito di civiltà, di dignità, di pace? A chi ha chiesto: “Che cosa è bruciato nel rogo oltre la cattedrale”, mi è venuto da rispondere: “Forse è bruciata un po’ di indifferenza”, l’indifferenza verso ciò che siamo, a ciò che l’Europa è dalle sue origini. Il significato più vero di ciò che è accaduto è rivelato dalle tante persone che, dinanzi alla cattedrale in fiamme, si sono inginocchiate a pregare e a cantare il Regina Coeli: parole che hanno attraversato la storia come un distillato di fede, evocazione sintetica di un vivere insieme più umile e fraterno, più realista e coeso. Vengono alla mente le parole argute di Chesterton: “Il cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma alla fine è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dalla tomba”!
 
2. La Chiesa crede nell’Europa
I Vescovi europei – che ho l’onore di rappresentare – ne sono convinti, e lo hanno riaffermato nell’ ultima Plenaria in Polonia a Poznam. I Papi recenti hanno ripetutamente incoraggiato questo ideale, e il Santo Padre Francesco è intervenuto in diverse occasioni per sostenere il cammino di integrazione dei popoli europei: l’Europa “ha una forza, una cultura, una storia che non si può sprecare” e che in gran parte è ancora da scrivere (Conferenza stampa nel volo dal Messico, 17.2.2016), ed ha auspicato “uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente” (Papa Francesco, Conferimento del Premio Carlo Magno, 16.5.2016). L’Europa “ha smesso di credere in se stessa” scrive Patocka (Turnov, Boemia Orientale 1907-1997), uno dei grandi pensatori del secolo scorso nella Repubblica Ceca (Patocka, Platone e l’Europa, Vita e Pensiero 1997, pag.181). Sì, deve umilmente volersi più bene.
Lo ripetiamo anche noi, facendo nostre le parole di San Paolo VI a conclusione del Concilio: “La religione del Dio che si è fatto Uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un’ anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (…) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno. Voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, riconoscerete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo cultori dell’uomo” (Discorso di conclusione del Concilio Vaticano II, 7.12.1965). In nome di questa cordiale simpatia, auguriamo all’Europa un tempo salutare di “crisi”: la crisi, infatti, deve essere un passaggio benefico, come tempo di riflessione su se stessa, sul suo cammino, sul suo fondamento e il suo destino.
 
3. Una via necessaria
L’Europa vive un momento difficile: circostanze di carattere politico e culturale, nonché fenomeni nuovi, sembrano originare sentimenti contrastanti, sensibilità che faticano a dialogare e a comprendersi. Forse ricordi non riconciliati, paure nuove - a volte esasperate ad arte - prassi percepite poco eque…creano un senso di lontananza e diffidenza, un clima diffuso di delusione e disorientamento. Questo coacervo prende forma in spinte disgregatrici. Quale sarà il futuro – sembra la domanda ricorrente - quale la via giusta in un mondo sempre più guidato dal binomio “il più possibile di profitto e il meno possibile di tempo”? La tentazione di trovare rifugio è evidente: in genere, il rifugio evoca dei luoghi ben definiti, dei perimetri certi e invalicabili, delle relazioni selezionate e rassicuranti. Ma, nel mondo di oggi, tutto questo è un’ illusione pericolosa: la complessità non si affronta cancellando le diversità o sbandierando stendardi assoluti: né l’una né l’altra ipotesi è saggia.
Di fronte ai giganti vecchi e nuovi della Terra, non possiamo pensarci ognuno come il piccolo Davide solitario. In verità, ritengo che sia difficile sostenere seriamente che – per principio - sia meglio da soli piuttosto che insieme; che il modo giusto sia quello di rinchiudersi nel proprio guscio – per grande e forte che sia – anziché mettersi con gli altri. Piuttosto, penso che una visione riduttiva e isolazionista possa essere la reazione a difficoltà vere, oppure a paure reali o indotte. Ovviamente, nessuno vuole essere colonia di nessuno, e nessuno deve voler colonizzare nessuno.
“L’Europa insieme” è un soggetto da guardare con rispetto non solo per capacità e risorse, ma anche per storia e cultura, per esperienza di umanità: se l’Europa non cambierà la sua anima essa avrà una dignità all’altezza delle sfide. In questa prospettiva, tutto l’Occidente compatto dovrebbe favorire il cammino di un’Europa unita, sia in un quadro di equilibri geopolitici, sia per il bene dell’umanità. Guardando l’ampia area occidentale, nessuno può pensare che un’Europa in stato di sudditanza possa convenire.
 
4. Ripensare il “corpo” dell’Europa
L’aria di incompiutezza nei confronti del cammino europeo, non deve impedire di riconoscere le conquiste di questi anni, come la pace, lo sviluppo con alterne vicende, l’apertura dei mercati e della circolazione, gli scambi formativi e culturali…Ma ciò che ritengo più promettente è la complessiva attitudine a guardare gli altri come a compagni di viaggio, la considerazione reciproca che richiede la capacità di sintesi, ma anche una costante autoverifica. Ciò non è scevro da ambiguità e protagonismi: specialmente chi si trova in situazione migliore deve porsi a servizio degli altri, deve fare da capofila senza esibita superiorità e arroganza: il modo, in certe situazioni, è sostanza. Comunque, il processo è avviato e fermarlo sarebbe perdere una conquista.
Un aspetto da ripensare – oltre certe politiche economiche e finanziare – mi pare siano gli organismi di governo, il grado di rappresentatività, i loro compiti e prerogative, le materie di competenza; ma anche i reciproci rapporti, il loro funzionamento; nonché i costi. La gente fa fatica a comprendere certe norme che riguardano – ad esempio - l’agricoltura, gli allevamenti, le condizioni dello sviluppo. Anche è da mettere a fuoco – come in una vera famiglia - una politica migratoria veramente unitaria, umana ed equa, come pure una politica estera e la difesa comune.
Tutto questo nella prospettiva di un’Europa “più leggera e più agile”, che non vuol dire un’Europa minore e indebolita ma, al contrario, un’Europa più radicata nel cuore delle Nazioni e più efficace.
Ogni Nazione sarà europea se si sentirà accompagnata, non soggiogata da una rete di veti o di imposizioni. Sarà più facile, allora, che – accanto alle aspettative – cresca anche la consapevolezza di dover corrispondere con dei doveri, facendo ognuno la propria parte in base alle rispettive possibilità. Camminare insieme non significa necessariamente omologare ogni passo, ma considerare le differenti realtà, rispettarle, valorizzarle e farle crescere.
 
5. Ripensare “l’anima” dell’Europa
Europa, chi sei? La domanda può suonare poco aderente alle urgenze dell’ora, na siamo veramente sicuri della sua astrattezza? Pensare che il benessere economico sia la chiave di volta per creare la coesione sociale e la partecipazione alla vita comune, non dà ragione della realtà. Come si potrebbe spiegare altrimenti la resistenza che singoli e popoli hanno mostrato in condizioni materiali gravissime, dove mancavano i beni primari insieme alle libertà fondamentali? Se ciò è accaduto – e continua ad accadere in molte parti del mondo – significa che, al di là del benessere materiale, esiste un’energia di tipo immateriale che è la forza dello spirito. E’ questa forza che genera il senso di appartenenza, l’impegno e il sacrificio – in una parola, la passione – per realizzare insieme qualcosa di alto come un continente solidale e unito.
L’Europa non è l’Europa dei mercati, ma dello spirito. Prima di essere un complesso geografico, o un gruppo di popoli, o un’ organizzazione mercantile e monetaria, l’Europa è un’ anima, un patrimonio di cultura, di ideali, di valori e di religione. E’una visione: cioè un modo di concepire l’uomo, la vita, il vivere insieme. Quest’anima non è inerte, fuori dalla storia, ha preso forma concreta ispirando una storia, un territorio, un ambiente, in sintesi, una “casa”. Per questo motivo, appartenere ad un popolo significa essere generati. Ecco la Nazione che – in un certo senso – ha come paradigma la famiglia: nulla a che vedere con la patologia del nazionalismo o dei populismi, che porta alla negazione dei diritti di altre nazioni, o a credere ad una propria presunta superiorità e purezza. A questo proposito, non dimentichiamo che - tra i doveri dei responsabili della cosa pubblica a livello nazionale o continentale – vi è quello non solo di registrare i fenomeni che accadono, ma anche interpretarli per tempo e con serietà: guardarli con sufficienza, o peggio snobbarli, non solo è ingiusto ma anche stolto, poiché i fenomeni comunque procedono e si ingrandiscono.
Come ho sopra ricordato, settant’anni di cammino unitario hanno portato vantaggi non piccoli, ed è cresciuto il bisogno di essere solidali gli uni con gli altri, cioè di condividere “in solidum” un destino. Abbiamo anche visto che “solidarietà” non significa azzeramento delle differenze per creare una realtà omogenea e grigia. Ci sono cose che devono essere uniformate, e altre che è stolta arroganza farlo: sono quelle che riguardano il sentire spirituale ed etico, che toccano la visione dell’uomo, della vita e della morte, la terra natale, gli ideali nobili di una nazione come di un continente. Il senso della Patria, ad esempio, non contraddice il senso dell’Europa, semmai lo rafforza, poiché lo arricchisce di passione e di ideali, di sacrificio e di appartenenza. Molto dipende dall’Europa: quanto più riuscirà a farsi amare dai suoi membri innanzitutto sul piano spirituale, tanto più ognuno potrà sentirsi sia cittadino della propria terra sia civis europeo. E lo farà con fierezza. Identità non significa divisione, ma distinzione dentro ad un senso di appartenenza che non rinnega il proprium di ciascuno ma l’allarga. In questa prospettiva, troviamo la logica della polarità di cui parla Romano Guardini.
Quando le popolazioni hanno la percezione di non essere sufficientemente rispettate nelle loro peculiarità spirituali, o culturalmente colonizzate – come ricorda il Santo Padre Francesco - si sentono umiliate, e allora nasce un senso di risentimento, di timore e sospetto che non giova a nessuno.
 
 
6. La coscienza europea
Purtroppo, il dibattito storiografico degli anni ’50 e ’60 non è riuscito a generare la cultura della cittadinanza europea: essa è stata più studiata che assimilata. La coscienza collettiva, cioè popolare, è rimasta sostanzialmente estranea, sia perché presa da urgenze immediate, ma anche perché non è stata sollecitata dagli stessi politici. La politica, infatti, non si è lasciata ispirare a pensare in grande, appunto in chiave continentale: ha piuttosto inseguito la logica del consenso nazionale, e questo ha confinato l’idea di Europa ad una cerchia troppo elitaria. Le stesse elezioni del Parlamento Europeo, in genere, hanno rappresentato solo un test per il confronto politico nazionale: e ciò è per lo meno insufficiente. Forse – considerate le nuove circostanze – il prossimo appuntamento elettorale potrà rivestire il senso di una più effettiva consultazione dei popoli. L’Europa infatti - spesso percepita come lontana e pesante – pare sia oggi avvertita come una realtà che merita una nuova attenzione: forse è sentita più chiaramente indispensabile.
La coscienza collettiva deve radicare di più la virtù della solidarietà che non è un’esortazione etica o un imperativo categorico: esige un fondamento che ne motivi la necessità e la bellezza. Non può essere la convenienza, ma la corrispondenza all’essere umano che è un soggetto in relazione, cioè qualcuno che si realizza solo con gli altri pur rimanendo se stesso. Lo stesso vale per le Nazioni e gli Stati. In questo orizzonte, si comprende che la solidarietà – dimensione costitutiva della persona – esige la reciprocità, per cui diritti e doveri si incontrano, e il ricevere si completa con l’offrire.
 
 
7. “La cura dell’anima”
L’uomo moderno sta conquistando il mondo ma perde l’ anima; per questo l’Europa è malata nella sua anima. La sua storia è stata come un lungo travaglio che ha preparato la nascita di uno spirito, cioè un sentire comune ma non uniforme. Oggi, però, sembra che di questa storia sia rimasta solo la forma esteriore, vuota di contenuti ideali e drammatici, di slanci e di aperture, di accoglienza e di integrazione.
Platone, nell’opera la Repubblica, afferma che Atene fu edificata sulla “cura dell’anima”, e quando questa si allentò, la Polis scomparve. Secondo Jan Patocka, dopo la Polis greca e l’Impero Romano, fu questa forza spirituale che generò l’Europa: “L’Europa è nata da questo motivo, vale a dire dalla cura dell’anima, ed è morta per il fatto che si è lasciata velare nuovamente nell’oblio” (Patocka, op. cit.pg 99).
Ma che cosa si intende per “cura dell’anima”? E’ la ricerca della verità. Quali verità? Le grandi verità che stanno oltre le cose quotidiane e che riguardano l’esistenza umana, che danno senso alla vita personale; che superano la frammentazione, che portano verso un’unità che non omologa ma armonizza: “L’anima umana è ciò che possiede un sapere sulla totalità del mondo e della vita, ciò che è capace di guardare questa totalità, ciò che vive a partire da questa visione, ciò che, in quanto ha in sé il sapere riguardante l’intero, è in totalità e in rapporto a questo intero (…) La cura dell’anima, che sta alla base dell’eredità europea, è ancora oggi in grado di sollecitarci, dato che abbiamo bisogno di trovare un punto fermo in mezzo alla futilità generale e alla rassegnazione del declino” (id. pagg 42-43).
Anche l’uomo moderno deve avere coraggio di guardare la realtà com’è, nel suo insieme, anche nella finitezza e nella morte, realtà che invece sono esorcizzate con illusioni o distrazioni collettive: il “problema dell’eternità” è proprio dell’anima, del suo essere (id. pag 155). Appartiene alla “cura dell’anima” un anelito che non è esclusivo di culture particolari o di epoche precise, ma è costitutivo dell’essere umano: è l’anelito alla felicità. Come non ricordare Aristotele, per cui “essere felici” è “fare il bene”? (cfr Aristotele, Etica Nicomachea, 14, 1095, 16-19). E come non citare Pirandello? “Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte!” (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal).
 
8. L’insostenibile leggerezza della solitudine
Se l’Europa non vuole stancarsi di se stessa, deve guardarsi allo specchio con umiltà. Il pericolo del narcisismo è alla porta dei singoli, dei gruppi, delle Nazioni e degli Stati. Abbiamo bisogno di un bagno di realismo, prendendo le distanze da ideologie autoreferenziali che allontanano dalla realtà e ispirano arroganza.
Se l’uomo non sente di essere amato e di poter amare, sprofonda nella solitudine radicale: se non sa di poter contare sugli altri, e che gli altri contano su di lui, non è vive ma sopravvive. La terra di nessuno, che è la solitudine, non è assenza di problemi come illusoriamente può sembrare; non è ampia e libera, ma è una terra mortale che – nell’assenza di legami – rinchiude l’individuo: la solitudine dagli altri diventa la prigionia di se stesso, la sua apparente leggerezza si rivela un insopportabile peso.
Siamo così entrati nella questione centrale della cultura contemporanea: la questione antropologica, la domanda cruciale che si tende a scartare come “questione oziosa” (Marx. Comte): cos’è l’uomo? Il “conosci te stesso” della cultura greca non è innanzitutto l’invito ad una conoscenza empirica e individuale, ma ad una conoscenza metafisica e quindi universale dell’essere umano. La sfida è quella di scoprire il fondamento di noi stessi, fondamento che è in ciascuno di noi ma che non siamo noi, e che le caratteristiche individuali non possono esaurire. Come è sicuramente emerso in questi giorni, alla luce di giganti del pensiero europeo – Newnan, Florenskij, Guardini - la persona è, nella luce del Dio Trinitario, relazione intelligente e libera. Risiede nelle Persone Divine il principio della persona e quello delle sue azioni, ed è da tale principio che nasce il principio di libertà connesso all’idea di verità e all’obbligazione morale che ne deriva.
Il filosofo ebreo Karl Lovith affermava con lucidità che “il mondo storico in cui si è potuto formare il ‘pregiudizio’ che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la ‘dignità’ e il ‘destino’ di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo (…) Con l’affievolirsi del Cristianesimo è diventata problematica anche l’umanità” (Karl Lovith, Da Hegel a Nietzsche, Biblioteca Einaudi 1994, pag 482). Siamo ben lontani da quanto sosteneva Michel Foucault: “più che la morte di Dio – o meglio sulla scia di tale morte e in correlazione profonda con essa – il pensiero di Nietzsche annuncia la fine del suo uccisore” (M. Foucault, Le parole e le cose, Rizzoli, Milano 1964, pag 337).
 
9. Cristianesimo ed Europa
“Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora cesserebbe di essere” (Novalis, La Cristianità, ossia l’Europa). In conclusione, cerco di presentare alcune brevi considerazioni distinte su due apetti.
a) Perché Novalis fa un’affermazione così netta? Accenno a tre ragioni.
Innanzitutto, perché il Cristianesimo fonda la dignità dell’uomo; la fonda al livello più alto e inviolabile, quello di Dio. E’ interessante rilevare che le Carte internazionali parlano della dignità umana ma non entrano nel merito del fondamento: lo danno per acquisito, con tutte le conseguenze!
In secondo luogo, perché il Cristianesimo si presenta come fede universale che, rivolgendosi alle singole persone, supera i vincoli particolari senza negarli, e permette una comunità universale. Mentre l’impero incarnava l’idea di un’autorità politica universale, il Cristianesimo pone la differenza tra civiltà e politica, e quindi tra universalità spirituale e particolarità civile.
Infine, perché la fede cristiana pone l’idea della superiorità della persona sulla natura: la vita dell’uomo non è la vita del cosmo, essa viene direttamente da Dio. Per questo inizia senza paura l’indagine sulla natura per governarla a suo servizio, fino a pretendere di superare il limite e di voler possedere il creato: in questa prospettiva, Romano Guardini aveva previsto la sfida decisiva per l’umanità: “L’epoca futura non dovrà affrontare il problema dell’aumento del potere (…) ma quello del suo dominio” (R.Guardini, Il potere, Morcelliana 1963, pag.9). Le ultime due guerre sono state il triste riscontro di questa sfida.
 
b) Quali sono i problemi più delicati ai quali i credenti devono dare delle risposte?
Uno l’abbiamo già indicato: fondare la dignità della persona umana con le parole della ragione, attraverso cioè un “linguaggio istituzionale” come afferma Habermas: ciò impone una riflessione sulla trascendenza, cioè se l’uomo sia fondamento di se stesso oppure si auto comprenda in rapporto ad una istanza che lo trascende, e quindi è universale, ma di cui è partecipe. E poi, il rapporto tra politica e religione, tra monoteismo e democrazia, laicità e laicismo, la questione del fondamento del diritto, che a sua volta rimanda al rapporto tra natura e cultura, tra diritto e giustizia.
Rispetto a questi fronti, i cristiani hanno una grande responsabilità e forse qualche ritardo. I luoghi del pensiero e le istituzioni accademiche cattoliche sono chiamate ad essere più presenti nel pubblico dibattito, e portare le ragioni di quei valori che sono proposti dal Vangelo, ma che appartengono all’esperienza universale. Oggi sono stravolti a causa di un individualismo esasperato che vede nel principio di “autodeterminazione” la chiave di volta, la base della metamorfosi antropologica in atto. Il cosiddetto “trans umanesimo” fonda se stesso non sulla ragione come facoltà del vero, ma sulla volontà assoluta che pretende di porre la realtà delle cose e di se stesso fino ad reinventarsi. Paradossalmente, quanto più l’agire è innaturale, più si ritiene affermata la dignità umana! Il primato della volontà senza verità porta alla negazione della persona e alla disgregazione sociale.
 
Desidero concludere con due citazioni. La prima è di Vaclav Havel: affermava la convinzione che “la cultura occidentale (fosse) minacciata assai più da s e stessa che dai missili!” (Il potere dei senza potere, La Casa di Matriona, 2013, pag 157), ma subito aggiungeva che quando l’uomo “ha il cuore al posto giusto, sente l’esistenza di qualcosa sopra di sé e non ha paura: può influenzare la storia del suo popolo” (id pag 163). In questo orizzonte, sotto la superficie la vita brulica vera e feconda.
La seconda citazione è di Norberto Bobbio: “Il compito della filosofia oggi è di tenere in vita le grandi domande, perché impediscano agli indifferenti di diventare preda del fanatismo di pochi (…) Proprio perché le grandi risposte non sono a portata della nostra mente, l’uomo rimane un essere religioso nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio che caratterizzano l’età moderna e ancor più quella contemporanea (…). L’esigenza di una risposta a queste domande c’è, queste domande ci sono. Il che spiega la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c’è, ma non dovrebbe esserci. C’è: perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo delle domande senza dare le risposte” (N.Bobbio e Altri, Che cosa fanno oggi i filosofi?, Bompiani 1982, pagg 168, 169, 175).
Le considerazioni di Norberto Bobbio non ci allontanano dalla realtà, ma – al contrario – ci conducono ad un ancoraggio straordinariamente concreto e forte, che ci ricorda quanto diceva Platone. Di questo, l’Europa ha estremo bisogno, cioè tutti noi.
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova
Presidente del Consiglio delle Conferenze Episcopali Europee (CCEE)