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"L'ultima solitudine"   versione testuale
Omelia pronunciata in Cattedrale venerdì 19 aprile 2019 nella liturgia della Passione del Signore






Arcidiocesi di Genova
Venerdì Santo, 19.4.2019
OMELIA
“L’ultima solitudine”
Cari Fratelli e Sorelle
Cari Figli
 
La grande liturgia del Venerdì Santo ci avvolge: il silenzio e i canti, l’ascolto della Passione di Cristo, le preghiere per la Chiesa e il mondo, l’adorazione della croce, la comunione eucaristica…tutto ci abbraccia e ci fa vivere il mistero inaudito della morte di Dio, del Figlio suo, una morte d’amore e di redenzione.
Il legno secco e crudele della croce, il patibolo della morte, irrorato dal sangue del Signore, diventerà il trono della gloria, l’albero fiorito della vita per gli uomini, la pietra angolare del mondo. Attraverso la via della croce, Dio scende e l’umanità sale: su quel legno s’incontrano per sempre, il varco non si chiuderà più, resterà aperto senza fine, perché quel luogo è Cristo stesso, Ponte e Pontefice fra la terra e il cielo. Il Calvario è il luogo dell’appuntamento e dell’abbraccio, dell’invocazione che si eleva e della misericordia che risponde.
 
“Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” E’ la grande domanda che il Figlio pone al Padre, sono le parole iniziali del salmo 22. Secondo l’uso ebraico, pronunciare le prime parole significava assumere l’intero salmo, salmo di fiducia e di speranza. Ciò non toglie, però, che esse esprimano anche l’universale esperienza della solitudine. Ci sono solitudini che possono e devono essere riempite dagli affetti, dall’amicizia, dalla vicinanza degli altri; esiste però una solitudine che non è psicologica e affettiva, ma riguarda la profondità dell’essere umano, la condizione di creature, la nostra assoluta singolarità: solitudine radicale che si manifesta soprattutto nel nascere e nel morire. Anche i momenti del dolore e della gioia, pur condivisi con altri, in fondo ciascuno li porta in prima persona. E’ il mistero dell’uomo che è individualità e relazione, solitudine e compagnia, io e noi. Nessuno può sovrapporsi all’altro: ma pur tuttavia sentiamo che, se da una parte ognuno è se stesso, dall’altra siamo anche gli altri; avvertiamo che se anche viviamo in noi stessi, tuttavia viviamo anche con gli altri e per gli altri. Dio ci ha creati così!
 
Anche Gesù – vero Dio e vero Uomo – nel momento della prova suprema cerca la compagnia degli Apostoli, ma non la trova, e ciò aumenta il peso della sua passione. “Tutti mi hanno abbandonato”! Sulla croce pronuncia parole di dolore e di fiducia, di invocazione e di abbandono. Fino a questo punto Gesù vuole riempire le nostre solitudini! Si lascia andare nelle nostre voragini per farsi trovare da noi, affinché ogni uomo lo possa incontrare in qualunque abisso e non si senta solo.
Esistono solitudini che sono come il buio più fondo, dove si sperimenta l’insicurezza, la condizione di orfano, dove la paura si trasforma in angoscia. In questi momenti, quando l’abisso è troppo oscuro, non ci sono ragionamenti che valgono: solo una voce umana può consolare, solo una mano amica può darci coraggio. Questa angoscia non ha un oggetto a cui si possa dare un nome, ma è l’espressione sinistra della solitudine ultima che Gesù supera lascandosi precipitare in essa. Con il mistero della croce anche questa la terra di nessuno sarà da Lui abitata per sempre.
Cari Amici, nella sua profondità l’uomo non vive di pane, ma per il fatto che è amato e che gli è permesso di amare. Potremmo desiderare di più? Dobbiamo solamente lasciarci incontrare e guardare, prendere per mano e con fiducia seguirlo!
Card. Angelo Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova