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"Chi è l'uomo perchè te ne curi?"   versione testuale
Lettera Pastorale 2016-2017






“Chi è l’uomo perché te ne curi?” (salmo 8)
 
All’inizio del nuovo anno pastorale, desidero giungere a voi, cari Amici di Genova, con la consueta piccola lettera. Spero che arrivi a tutti, nelle parrocchie, aggregazioni, nelle vostre case. Vorrei deporre con discrezione nel vostro cuore un piccolo seme, come il seminatore del Vangelo. E’ un seme antico quanto il mondo, ma nessuno – neppure noi moderni – possiamo farne a meno: cambiano tante cose dentro e fuori di noi, ma quel seme è sempre lo stesso. E’ racchiuso nella domanda che ho posto all’inizio: riguarda l’uomo, ma è rivolta ad un Altro.
 
“Chi è l’uomo…?”
 
Innanzitutto la prima parte della domanda. Comprendiamo che la domanda non è astratta, è molto concreta. Riguarda me, ognuno di noi: “chi sono io?”.
Ma perché io sono domanda a me stesso? Non è ovvio chi sono? Ho un nome e un cognome, abito in una città o in un paese, molti mi conoscono, ho dei figli e degli amici…non basta per sapere chi sono?
Tutto questo è vero e importante, però manca qualcosa. Questo qualcosa nasce da dentro ognuno di noi, dal profondo del cuore; il cuore inteso non solo come insieme di sentimenti, ma come il centro spirituale più profondo e intimo che ognuno ha. E che troppo spesso ascoltiamo poco! Per ascoltare ciò che siamo e che il nostro cuore dice, infatti, ci vuole un po’ di silenzio, di solitudine...di coraggio.
A volte capita che sentiamo in noi un velo di malinconia, quasi una specie di insoddisfazione, come se ci mancasse qualcosa. Eppure, se ci guardiamo attorno, c’è la salute, gli affetti, il lavoro, gli amici… ma è come se ci sentissimo mai compiuti del tutto. Non si tratta di volere ancora dell’altro: per esperienza sappiamo che non è l’avere di più che riempie la vita. La può migliorare, ma non riempire. Capiamo che si tratta di qualcos’altro che non sempre riusciamo a definire, a inchiodare nella nostra coscienza per guardarlo in faccia e fare una buona volta i conti. Dentro alle cose più belle della vita, alle esperienze più liete e agli affetti più veri, sentiamo che ci sfuggono sempre due cose: il “tutto”e il “per sempre”. La vita ci fa scoprire che siamo fatti così, e nulla ci può cambiare: desideriamo non solo una parte, ma il tutto della gioia, e il per sempre di quei momenti di bellezza che vorremmo che non passassero mai. Non è forse così per tutti?
E questa constatazione che cosa ci rivela? Quello che siamo: creature poste sul confine tra il tempo e l’eterno, impastati di terra e di cielo; siamo una meravigliosa sinfonia incompiuta; consapevoli o meno, siamo desiderio e invocazione di quel compimento che vediamo non dipendere da noi, dai nostri sforzi, ma da un Altro come dono. Ecco da dove viene quel senso di malinconia, quasi di nostalgia di qualcosa che non è dietro di noi, alle nostre spalle come un treno ormai perso, ma è davanti a noi come una promessa che verrà.
 
“…perché te ne curi?”
 
Entriamo così nella seconda parte della domanda. L’interrogativo sull’uomo si fa domanda a Dio. La riflessione sull’uomo, infatti, ci ha rivelato che egli è una creatura di confine, un desiderio in avanti, un incompiuto per natura, affinché mai si spenga in lui la tensione verso l’Infinito e l’Eterno. Ma essa si accompagna anche all’amara evidenza della miseria umana, del peccato che ferisce l’amore e la vita, della violenza che tortura, della terra che a volte si presenta “matrigna”.
Davanti a tale scenario, nell’uomo della Bibbia crescono la sorpresa e l’interrogativo: se da una parte l’uomo è nostalgia di Dio, dall’altra è anche causa di mali per sé e per gli altri, per la comunità e il creato. Allora viene quasi spontaneo chiederci: ma perché Dio continua a curarsi di questa sua creatura così ingrata, accecata dalla superbia e facilmente individualista? Non sarebbe meglio che Dio l’abbandonasse a se stessa, alla sua autodistruzione, e magari ricominciasse con un’altra creazione, con un altro mondo e una umanità nuova?
A queste domande Dio ha risposto non solo al salmista, ma a tutti. Ha risposto in due modi.
 
1. “Se noi manchiamo di fede, egli però rimane fedele”. (2Tm 2,13)
Dio è fedele alle sue creature anche se loro non lo sono a Lui: la sua fedeltà non si misura sulla nostra come spesso fanno gli uomini tra loro: “occhio per occhio, dente per dente” (Lv 24,20)! Dio ragiona in modo diverso, ed è questa la sua misericordia: il suo amore che resta fedele a noi nonostante noi. Quando ci allontaniamo da Lui diventiamo poveri e miseri, ma allora Egli porta il suo cuore accanto al nostro: miseri-cordia! La sua vicinanza è come olio sulle ferite e gioia al cuore.
 
2 “Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le cose vecchie sono passate, ecco ne sono nate di nuove”. (2Cor 5,17)
La seconda risposta di Dio alla domanda è Gesù. Non c’è bisogno di ricominciare da capo creando una nuova umanità. L’ha già fatto: il Signore Gesù, ha dato inizio ad un nuovo mondo. Affidando se stesso al Padre fino all’ultimo respiro sulla croce, il Figlio di Dio fatto uomo ha consumato il vecchio che è il peccato, e ha donato agli uomini la novità del suo Spirito. Lo Spirito di Gesù ci fa nuovi, figli del Padre e fratelli, capaci di fare un mondo diverso, migliore, secondo il cuore di Dio. Un mondo che, anche se nel segno del limite e della libertà di ciascuno, è – in ciò che ha di bello e di buono - un anticipo e promessa di quel “tutto e per sempre” che il nostro piccolo-grande cuore desidera, attende e invoca.
 
Cari Amici, la domanda che è in noi ci porta oltre noi, ci porta a Dio. E’ come una freccia, meglio ancora una specie di ferita, che il Creatore ha lasciato nei nostri cuori: una ferita che mai si può rimarginare sulla terra nonostante farmaci e antidoti. Una ferita che, poco o tanto, brucerà fin che saremo nel tempo. In realtà, questa ferita è una grazia per cui dovremmo lodare Dio ogni giorno. E’ il segno che siamo fatti per Lui e niente, meno di Lui, può appagarci. E’ anche il segno di quanto ognuno sta al cuore del Signore, quanta fiducia Egli ripone in noi nonostante le nostre distrazioni e povertà. Nessuno deve scoraggiarsi. Mai! Vivere nella fiducia vuol dire portare la nostra vita davanti al Signore.
 
La santissima Eucaristia – abbiamo appena concluso il Congresso Eucaristico Nazionale – è la risposta più profonda alla nostra domanda: è Dio-con-noi, per-noi, è Gesù che si fa trovare a portata di mano, anzi, a portata di cuore.
Vi benedico con affetto.
Angelo Card. Bagnasco
Arcivescovo Metropolita di Genova